Studio Professionale di Counseling

Dott. Massimo Catalucci Cr.


 

a cura del 

 

Dott. Massimo Catalucci Cr.
 
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 RICERCA DI UNA VITA DIGNITOSA..... FUGA DI ITALIANI ALL'ESTERO. Articolo_Link_6
 COMPORTAMENTO: VANTAGGIO SECONDARIO Articolo_Link_5
 UN DISTACCO PSICOFISICO ED EMOTIVO.....DURO DA SUPERARE: LA PERDITA DI UN NOSTRO CARO Articolo_Link_4
 FOBIE, ATTACCHI DI ANSIA E PANICO: COSA SONO E COME LIBERARSENE  Articolo_Link_3
 RISTRUTTURAZIONE DELL'ESPERIENZA PERSONALE: NEUTRALIZZARE LA PERCEZIONE NEGATIVA DI ESPERIENZE PASSATE Articolo_link_2
 CONOSCERE IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO PER COMPRENDERE LE DINAMICHE COMUNICATIVE E RELAZIONALI UMANE.  Articolo_Link_1

 

 

COMPORTAMENTO: VANTAGGIO SECONDARIO

 

 

 

Sono convinto che ogni nostro comportamento,  anche quello meno desiderato e considerato da noi quindi negativo, nasconda in realtà un vantaggio secondario che è il propulsore di quello stesso comportamento.

Mi spiego meglio.  Sarà capitato sicuramente a qualcuno di noi almeno una volta nella vita di trovarci in una situazione nella quale abbiamo percepito la sensazione di non avere nessuna possibilità di scelta, come fosse un comportamento coatto,  obbligato,  che preferiremmo sostituire con qualcos’altro;  oppure trovarci nella condizione di voler fare qualcosa che non riusciamo a fare, qualcosa che vorremmo fare ma ci viene impedito da qualcuno o qualcos’altro.

In una delle probabili condizioni su indicate è fuori dubbio che dentro di noi vige un conflitto tra i nostri desideri consci e la struttura di quelli inconsci.

Mentre avvertiamo consciamente le sensazioni spiacevoli di un nostro comportamento indesiderato,  ritenuto da noi non soddisfacente per la nostra persona quali organismi totali adulti,  contestualmente cerchiamo di motivare razionalmente quello che facciamo,  tralasciando un aspetto molto importante,  quello relativo alla nostra parte inconscia.

L’inconscio è molto più potente della coscienza e dei nostri veri bisogni ne sa molto di più della coscienza stessa.

Eppure,  anche laddove questo concetto sia considerato vero,  nel momento in cui l’inconscio cerca di comunicare con la nostra parte cosciente attraverso un suo “linguaggio”  ben definito non siamo quasi mai preparati e pronti a riconoscerlo.

Abbiamo detto che in ognuno di noi,  l’inconscio,  ne sa molto più della parte cosciente e di quello che desidereremmo nel nostro intimo più profondo, per cui diventa sempre più evidente che intende comunicare con la nostra parte conscia.

Ok, ma in che  modo l’inconscio comunica?

E se dicessi che l’inconscio comunica spingendoci ad assumere proprio quel comportamento che vorremmo evitare, oppure a non assumere quel comportamento specifico che desidereremmo mettere in atto e che tuto questo lo fa con il fine di proteggerci da qualcosa che ritiene svantaggiosa per noi?

Strano, vero? Qualsiasi persona se dovesse commentare quanto ho appena detto, probabilmente, direbbe che ciò è illogico, irrazionale.

Infatti è vero ciò!

Da un punto di vista razionale, è sicuramente impensabile, ma siccome stiamo parlando della nostra parte emotiva, di ciò che risiede nell’inconscio, in quella parte profonda di noi, dove le regole della razionalità non trovano spazio,  il tutto assume un linguaggio diverso da quello logico.

Potrei aggiungere che il modo di fare dell’inconscio, ad esempio quello di  spingerci ad assumere o meno uno specifico comportamento,  è come se lo facesse per  attirare la nostra attenzione su alcuni aspetti importanti del nostro vissuto, ai quali noi generalmente non facciamo riferimento consciamente.

Allora se il modo di funzionare dell’inconscio è anche quello di spingerci obbligatoriamente, in maniera “coatta”, a creare comportamenti indesideratiquale potrebbe essere lo scopo finale che lo stesso inconscio si prefigge?

Forse, se non ci limitassimo solo a considerare il comportamento indesiderato quale fastidio e cominciassimo a chiederci cosa si nasconde dietro ad esso, probabilmente scopriremmo che c’è una parte di noi con la quale dovremmo instaurare un “dialogo”, un rapporto di rispetto e collaborazione.

In noi esistono più parti che ci compongono.

Grazie a quel fantastico biocomputer (cervello), di cui siamo dotati, dalle sue caratteristiche infinite di produrre, generare, continuamente pensieri consci ed inconsci, siamo in grado di creare anche molte parti all’interno del nostro sistema psicoemotivo, che possono incorrere  in conflitti tra loro.

Questi conflitti interiori, potrebbero essere celati proprio dalla nostra parte inconscia, la quale evita di farli affiorare alla nostra coscienza perchè ritiene che ciò non sia per noi produttivo, almeno fino a quando non  avremo messo d’accordo proprio le parti inconsce che si trovano in conflitto tra di loro.

Rimane il fatto che proprio ciò che riseiede nella nostra parte più profonda, abbia il sopravvento sulla parte conscia governando i nostri comportamenti.

Immagino inoltre che qualcuno stia già pensando: cosa vuol dire che ci sono parti dentro di noi  che non affiorano alla coscienza e che ci governano e con le quali dobbiamo instaurare un dialogo ed una collaborazione?

Comprendo che ciò può destare quanto meno perplessità,  in particolare per chi è molto logico e razionale e che non sia facile da pensare consciamente quello che ho appena affermato e quanto sto per dire, ma in noi possono coesistere diverse parti di cui non siamo coscienti ma che in qualche modo hanno la funzione di prendersi cura di noi,  facendoci fare appunto anche cose che vorremmo evitare.

A questo punto,  potrei  esasperare il concetto con questo esempio:

immaginiamo una bella donna, con una silhouette armoniosa e magra. Nel tempo i rapporti con il suo partner cominciano a vacillare e la coppia non vive più l’intesa e la complicità che viveva quando si erano conosciuti.

La donna ha anche avuto un’educazione molto rigida ed ha sviluppato delle convinzioni dentro di sé che le dicono che l’uomo con il quale vive, dovrà essere quello per tutta la vita e poi, ci sono anche i figli e per lei,  loro sono comunque da proteggere.

Quindi diventa impossibile per questa donna immaginare di crearsi una nuova relazione di coppia e tutto questo sviluppa nel suo sistema psichico un turbamento emotivo.  Comincia a vivere malamente sia il rapporto con il partner che con i figli e questo può estendersi anche alla sua vita sociale nelle relazioni con gli altri, anche al di fuori della famiglia, nelle relazioni interpersonali in generale, ma soprattutto con se stessa.

Ma la donna ha l’esigenza di appagare ugualmente un bisogno emotivo che si agita dentro di sé e lo fa generando un nuovo comportamento che in questo esempio,  possiamo immaginare che trovi sfogo nel canale dell’alimentazione.

Il suo modo di alimentarsi cambia e lei comincia anche a cambiare le misure del suo corpo, trasformando la sua silhouette armoniosa in una forma corporea più evidente ma non invitante.  Lei è consapevole che quel corpo non le appartiene,  non lo vuole,  ed entra in conflitto ulteriormente con se stessa,  come se ci fosse qualcosa dentro di lei che le dicesse:

“guarda che corpo che hai creato! Devi smettere di mangiare nel modo come lo fai!”

Ma nonostante tenti qualsiasi intervento, anche le diete mediche controllate,  non riesce a tornare come prima.  Anzi,  diciamo che aumenta il suo stato di stress psicofisicoemotivo.  Dimagrisce ma poi riprende peso.  Non riesce a capire perché,  lei che ci teneva molto alla sua silhouette armoniosa e magra, vive ora una situazione antipatica e stressante.

Ora la donna anche se cosciente del degrado in cui verte il suo fisico, si trova in una situazione dove ,  avverte un grado eccessivo di insoddisfazione a cui cerca di dare razionalmente diverse giustificazioni.

In qualche modo crea “etichette” che possano dare luogo a risposte razionali.  Comincia a fare obiettivi della sua insoddisfazione qualcosa o qualcun altri.  Deve in qualche modo giustificare a se stessa (e forse ad altri) razionalmente, quale donna adulta e consapevole delle proprie azioni e capacità, la sua insoddisfazione psicofisicaemotiva .

Valutando il quadro descritto sopra, non mi meraviglierei di scoprire ad esempio che ilvantaggio secondario del suo comportamento indesiderato (alimentazione scorretta) sia quello di proteggerla dall’eventualità di crearsi un nuovo rapporto di coppia che a questo punto, potrebbe rivelarsi come una libertà eccessiva e quindi trasgressiva.

Una libertà che le viene invece vietata dalla “sentinella” che risiede nel suo inconscioe che le dice che se dovesse continuare ad essere una bella donna apprezzabile fisicamente, potrebbe essere oggetto di attenzioni per l’altro sesso, spingendola appunto a trasgredire.

Ma questo lei non se lo può permettere perché il suo senso del dovere le impone di mettere in evidenza (eccessivamente) la sua famiglia, i suoi figli ed il marito (…un uomo è per sempre a qualunque costo…..).

Queste sono le regole alle quali risponde ora la donna e che le sono state indotte, prima  attraverso vincoli sociali e successivamente sono diventate la base del vincolo individuale che si è creata e al quale crede profondamente dentro di sé,  divenendo il riferimento inconscio che la spinge ora verso una direzione piuttosto che nell’altra.

Ecco quindi che ritorna prepotentemente la necessità di instaurare un dialogo con la parte o le parti  responsabili del comportamento ritenuto indesiderato dalla persona stessa, affinché si possa creare un vero e proprio rapporto di collaborazione tra la coscienza e l’inconscio.

Questo passaggio è essenziale in quanto getterà le basi per elaborare nuove alternative di comportamento, che possano compensare, se non soddisfare al meglio, la funzione che la parte responsabile del comportamento indesiderato tentava di assolvere dietro la sua spinta emotiva, inducendo il soggetto a fare o non fare una determinata cosa.

In questo articolo ho voluto enfatizzare il concetto di “vantaggio secondario” con l’esempio di un racconto immaginario, che prende comunque spunto da possibili situazioni che si potrebbero riscontrare nella vita reale.

Invito però gli utenti ad evitare di attribuire quanto da me descritto in questo articolo a proprie situazioni personali,  le quali necessitano sempre ognuna di una valutazione frontale ed individuale.

In questo spazio mi interessa solo muovere alcuni argomenti che possono essere oggetto di riflessione e discussione tra i lettori di queste pagine.

Cordialmente

 

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Dott. Massimo Catalucci Cr.
 
 

 
 
 
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UN DISTACCO PSICOFISICO ED EMOTIVO.....DURO DA SUPERARE: LA PERDITA DI UN NOSTRO CARO

 

 

 

Chissà quanti di noi si sono dovuti già confrontare con l'aspetto più destabilizzante della nostra esistenza, la fine della vita fisica di un proprio caro.
 
Vivere questo tipo di distacco e ancor di più accettarlo non è sicuramente facile.
 
Ed anche se molti di noi pensano che con la morte fisica smetta anche qualsiasi altra forma di vita e di legame, l'assenza visibile e, oserei dire “tangibile”, della persona che ci ha lasciato, amplifica quel vuoto che si è creato, manifestando, forse ancora di più, come, il legame umano, la relazione con l'altro/a, creino un canale comunicativo tra le persone che va ben oltre la fisicità, la capacità di pensare ed immaginare solo la realtà da un punto di vista materiale.
 
Sicuramente, quando accade un evento simile, sembra come se il tempo che abbiamo trascorso con l'altro/a non sia stato sufficiente per trasmettergli/le messaggi e/o per portare a termine tutto quello che avremmo voluto fare, dire, pensare con e per l'altro/a.
 
Ecco allora che possono nascere pensieri negativi dentro di noi quali, ad esempio, il senso di colpa (avrei potuto fare questo o quell'altro per lui/lei ed ora non lo posso più fare), o magari istinti di rabbia (perché mi hai lasciato/a, avevo ancora bisogno di te). 
 
Questi esempi sono solo alcune delle emozioni che potremmo provare (o abbiamo, purtroppo, già sperimentato), in occasione di un distacco terreno da una persona a noi cara.
 
Certo è, che gli stati d'animo di chi vive un lutto, sono anche diversi in relazione a molti altri fattori, ad esempio la morte di una persona cara molto giovane, generalmente (anche se non è una regola) è più difficile da accettare rispetto a quella di una persona molto avanti con l’età; così come la modalità in cui è avvenuto il lutto stesso.
 
Di fatto, ci rimane molto difficile anche solo pensare a questo argomento, pur coscienti che questa esperienza negativa, fa parte, comunque, della nostra vita.
 
È un argomento sicuramente scomodo da trattare ma, forse, ci da l'opportunità, da una parte, di condividere emozioni e stati d’animo di momenti così difficili della nostra vita terrena che molti di noi già conoscono e che tutti vorremmo non ci capitassero mai e, dall'altra, forse, l'opportunità di superarli più agevolmente.
 
Quindi, l'obiettivo che si vuole raggiungere con questo post, è esclusivamente quello di creare solidarietà con chi si trova ancora a combattere il distacco fisico da un proprio caro, subendone le conseguenze psicofisiche ed emotive che tale esperienza origina, diventando di conseguenza, questo spazio internet, un luogo dove è possibile confrontarci per aiutarci a superare tale situazione sgradevole che stiamo vivendo e magari, trovare spunti riflessivi che possano aiutarci a vivere meglio tale distacco.
 
Ringrazio, pertanto, anticipatamente, quanti vorranno, liberamente, contribuire a creare un dialogo condiviso su questa delicata e importante tematica.
 
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Dott. Massimo Catalucci Cr.
 
 

 
 
 
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Le fobie, i forti attacchi di ansia e gli attacchi di panico “DAP”, non sono altro che l’alterazione di una condizione naturale ed indispensabile all’essere umano per la sua sopravvivenza: la “paura”. 
 
La paura è uno strumento di cui abbiamo bisogno, in quanto funge da campanello d’allarme quando, il nostro organismo, avverte un pericolo, per cui, ci prepariamo a combatterlo o a fuggire da esso. 
 
Il problema sorge, quando la paura diventa eccessiva, incontrollabile e irrazionale. 
 
Gli attacchi di panico, ad esempio, sopraggiungono come una tempesta a ciel sereno. Sono stati in cui, la persona colpita, non riesce a trovare una motivazione razionale a ciò che può averli innescati e, anche se dovesse trovarla, ciò non significherebbe che sia in grado di controllarli razionalmente, né emotivamente. 
 
Diventa quindi indispensabile scoprire come si innesca il “processo di difesa” di questi stati alterati di paura inconscia e trattarli utilizzando gli stessi processi psicoemotivi, che li hanno generati.
 
Può accadere che questi stati alterati di "paura", trovino oggettivamente la loro causa in uno specifico evento vissuto, ad esempio, nel caso di una fobia nei confronti di un cane, il malcapitato, potrebbe aver subito un attacco da questo animale, per cui ne è rimasto talmente terrorizzato che ogni qualvolta immagina o si trova in prossimità di un cane, gli scatta il meccanismo di difesa fobico. In questo caso la fobia è oggettiva.
 
Può anche accadere, però, che una persona nel corso della sua vita si riconosca fobica nei confronti, ad esempio, delle formiche, senza che abbia mai subito realmente e direttamente traumi con questi insetti. In questo caso, la fobia ha una sua valenza soggettiva e simbolica. In sintesi, la persona attribuisce inconsciamente uno specifico significato e valore a questi insetti, ogni volta che ne viene a contatto visivo o fisico ed in alcuni casi, anche solo pensandoci, che trovano riscontro in eventi diversi che nulla hanno a che vedere razionalmente con ciò che fa scattare il processo fobico:le formiche. Queste neuroassociazioni simboliche, risultano essere sempre legate a determinati stati emotivi vissuti dalla persona, che inconsciamente li codifica come negativi/oppositivi/conflittuali e che hanno avuto luogo in alcuni periodi della propria esistenza.
 
In conclusione, la persona che vive questi stati di paure incontrollate, siano essi oggettive che soggettive, può essere in grado di trasformarli e neutralizzarli, se attiva un processo di dialogo con l'esperienza fobica che vive, utilizzando gli stessi codici del linguaggio psicoemotivo che ne hanno permesso la loro manifestazione.
 
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RISTRUTTURAZIONE DELL’ESPERIENZA PERSONALE: NEUTRALIZZARE LA PERCEZIONE NEGATIVA DI ESPERIENZE PASSATE

 



 

 

L’essere umano organizza tutte le proprie esperienze di vita vissuta, sia consciamente che inconsciamente, secondo una propria personale percezione dello spazio e del tempo che vive.
 
Questa struttura organizzativa è chiamata “Time Line” (Linea del Tempo). 
 
Come abbiamo già detto in altri interventi, le esperienze personali vissute da ognuno di noi, determinano la struttura della nostra personalità, nella quale sono conservati valori e credenze fondamentali che ci permettono di cancellare, generalizzare e distorcere la realtà che viviamo quotidianamente.
 
Conoscere la nostra “Time Line”, ci permette di ripercorrere, in modo estremamente creativo ed immaginativo, il nostro vissuto passato, presente e futuro, fornendoci nuovi elementi utili che possono essere da noi utilizzati per trovare soluzioni alternative da adottare e adattare alle nostre specifiche esigenze, apportando, nella nostra vita, cambiamenti sostanziali delle nostre esperienze vissute, emotivamente negative. 
 
Delle esperienze negative, non sempre siamo coscienti, ciò non significa che non ci creino disagi ugualmente che poi attribuiamo razionalmente ad aspetti casuali e/o causali.: eventi, contesti, ambienti, partner, figli, genitori, ecc.. 
 
Rielaborare la propria storia emotiva utilizzando la “Time Line”, ci permette di vivere senza condizionamenti emotivi passati, la realtà nel presente, aprendoci orizzonti chiari e ben definiti del nostro futuro.
 
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Quando si parla di comunicazione tra gli esseri umani, non si può fare a meno di considerare anche gli aspetti relazionali che la caratterizzano. 
 
Inoltre, si devono sempre tener conto gli strumenti comunicativi e i linguaggi che l’essere umano adotta per trasferire un messaggio da un individuo ad un altro o, per comunicare interiormente con se stesso.
 
Nelle nostre azioni quotidiane comunicative e relazionali interpersonali e intrapersonali, usiamo sia i codici verbali, che conosciamo molto bene e che sono attribuibili alla nostra capacità di razionalizzare, che quelli non verbali, di cui non ne conosciamo il linguaggio, né la struttura e che sono attribuibili al nostro sistema inconscio. Questi ultimi, spesso, trasferiscono messaggi difformi da quelli che vorremmo inviare, sia verso noi stessi (dialogo intrapersonale) che verso gli altri (dialogo interpersonale), minando altresì, la qualità del rapporto con noi stessi che, con i nostri simili.
 
Conoscere il linguaggio dell’inconscio, ci permette di migliorare, sia la qualità della comunicazione interiore che esteriore e la qualità delle nostre relazioni interpersonali: familiari, di coppia, nel lavoro, nelle amicizie, ecc.. Lo scambio comunicativo e relazionale tra umani, è, inoltre, il modo attraverso il quale nutriamo emotivamente il nostro inconscio. 
 
Sembrerebbe che questo processo inizi già dal momento del nostro concepimento e i primi contatti comunicativi di rilevante significatività, per lo sviluppo della nostra personalità, sono con le figure importanti della nostra esistenza: Caregiver.
 
La qualità di questi nutrimenti, ossia, dei “bisogni emotivi” di cui ci alimentiamo fin dal nostro concepimento, determinano le caratteristiche della nostra personalità, dando vita ad un nostro personale modello del mondo interiore, che sarà la nostra bussola con la quale ci muoveremo ed orienteremo nel mondo rispondendo positivamente o negativamente a specifiche situazioni e per le quali, sentiremo attrazione o repulsione: contesti, ambienti, persone, cose, animali, ecc..
 
È bene prendere coscienza, quindi, delle dinamiche comunicative e relazionali inconsce che siamo in grado di mettere in atto, per sviluppare una qualità comunicativa “intra” e “interpersonale”, che più si confà alle nostre esigenze personali di autodeterminazione e autorealizzazione.
 
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È dal 2009 che lavoro in qualità di consulente presso due Centri di Orientamento Lavoro di Roma Capitale e del Comune di Ardea ed è diventato veramente insopportabile assistere impotenti alla situazione generale precaria nella quale, molte persone sono costrette a vivere.
 
La mancanza di offerte di lavoro adeguate a garantire il sostegno economico alle famiglie, sta facendo crollare psico-emotivamente e fisicamente molte persone. Che si tratti di lavoro dipendente o forme di lavoro autonomo in forma individuale o societaria, non fa distinzione, la crisi colpisce datori di lavoro e dipendenti e/o collaboratori. 
 
Nei Centri Orientamento Lavoro, si è passati da un’assistenza nella ricerca del lavoro, esercitata attraverso la compilazione di bilanci delle conoscenze e competenze pregresse acquisite dalla persona, ad un’assistenza socio-psicoemotiva della stessa. 
 
La cosa più eclatante ed allarmante, non è la perdita del lavoro, con cui le persone devono comunque fare i conti e che è sicuramente un dato importante, ma, la perdita della propria dignità ed identità lavorativa.
 
Questa costante crisi economica, ha gettato le famiglie italiane nello sconforto più assoluto, togliendo dignità alla persona, la quale vive giornalmente stati “depressivi” che la portano anche a non riconoscersi più utile socialmente. 
Le fasce più colpite, poi, sono quelle dai 40 anni in su, con coniuge e figli a carico. 
 
Purtroppo, questo stato di cose, ci fa dire che è fortunato chi riesce a trovare qualche lavoretto saltuario, “regolarmente” (passatemi il termine ironico) senza contratto di lavoro adeguato, naturalmente!!!
Ma, questa tragica situazione economica, colpisce solo l’Italia oppure, è gestita diversamente negli altri stati europei?
 
Da una ricerca effettuate in Europa, i dati ci dicono che in alcuni paesi, ad esempio in Germania ed in Norvegia, solo per citarne due, la situazione è totalmente diversa. 
 
In questi Stati, non solo gli stipendi medi sono molto più alti dei nostri, ma, il potere di acquisto è molto più alto per le famiglie, per effetto del costo della vita che è paragonabile ad un terzo di quello che un italiano è costretto a sborsare per vivere.....anzi, oserei dire, per sopravvivere!!!
 
Ecco che, nei Centri di Orientamento al Lavoro, sta aumentando la richiesta di opportunità lavorative all’estero.
 
In questi ultimi mesi, sono diverse le persone che ho assistito per orientarle nella ricerca di lavoro furi dall'Italia.
Esiste un’agenzia europea (EURESS - http://ec.europa.eu/eures/main.jsp?catId=27&acro=eures&lang=it) che si prefigge di fornire servizi ai lavoratori e ai datori di lavoro nonché a tutti i cittadini che desiderano avvalersi del principio della libera circolazione delle persone nei paesi europei. 
 
Capisco che non è facile lasciare la propria nazione per andare a vivere in un’altra. I fattori limitanti sono diversi, ma, ho visto che molte persone e non parlo di giovani, ma, di persone adulte alla soglia dei cinquant’anni, piuttosto che vivere........pardon ...“sopravvivere”, con il rischio di perdere qui la propria casa (c’è già chi l’ha persa) e quel poco che con anni di sacrifici hanno messo da parte, preferiscono tentare la carta dell’estero.
 
È un dato sicuramente allarmante per l’Italia, ma, credo che lo stato attuale economico, non permetta a molti italiani, di intravedere un futuro roseo nei prossimi anni.
 
Dalle consulenze presso i Centri di Orientamento Lavoro nei quali opero, ho avuto modo di constatare che le aspettative degli Italiani, per i prossimi anni, relativamente ad un miglioramento economico, sono alquanto pessimistiche, per cui, la maggior parte delle persone, ritiene che il nostro Stato sia diventato oramai ingovernabile.
 
Chiunque si siederà alla poltrona del Governo, per effetto di una situazione compromessa, non avrà la possibilità di risollevare le sorti di uno stato sociale ed economico, nel breve tempo successivo alle elezioni politiche.
 
Ecco perché sta facendosi sempre più consistente la possibilità di molti italiani di emigrare in altri paesi europei, nella speranza di ritrovare uno degli elementi fondamentali della dignità umana nel contesto sociale in cui vive: l’identità lavorativa.
 
Certo è che, quello della mancanza di offerte di lavoro nel nostro paese, fa ripensare costantemente al principio su cui è stata fondata la nostra costituzione italiana e al paradosso che esso attualmente presenta: 
 
(art. 1) L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
 
A testimonianza che in altri paesi d’Europa, è possibile vivere dignitosamente e con una qualità di vita migliore rispetto a quella che troppi italiani conducono nel nostro paese, allego un video clip (vedi link a fondo pagina) che ci può dare un’idea di cosa succede all’estero, con la speranza che i nostri governati futuri (mi rivolgo a tutti indistintamente pur rispettando le mie idee politiche) possano ispirarsi a quei paesi che riescono a garantire ai propri cittadini, dignità e lavoro. 
 
Cordialmente
Dott. Massimo Catalucci Cr.
 
 
 
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